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16 Maggio 2019 Speciale Psicologia – Quando le parole falliscono, è la musica a parlare

Quando le parole falliscono, è la musicoterapia a parlare    

Ezinma Ramsay, 24 anni, una violinista classica di New York City, si esibisce settimanalmente per un uomo che soffre di Alzheimer, dopo la richiesta della figlia di aiutare il proprio padre con la musica, non trovando efficaci altre terapie. “Il Signor P. non si ricorda che giorno è quando mi reco a casa sua, ma riconosce la musica”, la violinista sostiene. “A volte, mentre suono, segue la melodia fischiettando e so per certo dalla figlia che dopo i nostri incontri continua a fischiettare il motivo per i giorni successivi, a volte per un’intera settimana”. Da un punto di vista psicologico, questo dato è sorprendente e vorrebbe dire che sebbene il Signor P. non sia orientato nello spazio e nel tempo, nella sua mente la musica “resti” e si fermi anche a lungo. Quindi si potrebbe dire che non ci sia solo il riconoscimento immediato della melodia eseguita durante la performance musicale, ma un immagazzinamento nella memoria musicale ed emotiva del leitmotiv udito.
In cosa consiste la terapia della musica Secondo Al Bumanis, Direttore dell’American Music Therapy Association, il lavoro dei Musicoterapeuti è orientato prevalentemente verso la popolazione di una certa età, come sorta di sostegno “in itinere” del processo di invecchiamento. I terapeuti musicali esercitano la propria professione privatamente, piuttosto che nelle case di riposo, comunità, strutture di riabilitazione, cliniche o negli ospedali. Si tratta di una professione sanitaria che usa l’arte come strumento elettivo di trattamento per affrontare problematiche o disagi che sono tutt’altro che musicali. Ad esempio, la musica può essere usata per indurre uno stato emotivo di benessere nell’immediato, per ricordare eventi memorabili del passato, per contenere una condizione generale d’ansia, per indurre una risposta di rilassamento o per spingere una persona altrimenti sedentaria ad alzarsi e ballare un “ritmo-boogie”. Nel mese di giugno 2015, Jörn-Henrik Jacobsen, Ricercatore presso l’Istituto Max Planck di Lipsia, ha fatto un’analisi delle scansioni cerebrali di soggetti sani, giovani ed in buona salute con quelle di soggetti con Alzheimer. Jacobsen e il suo team hanno scoperto che la memoria musicale può essere risparmiata – a differenza di altre funzioni cognitive cerebrali – durante la progressione degenerativa della malattia. Questo accade perché il ritmo e il battito della musica vanno a stimolare aree cerebrali differenti rispetto a quelle danneggiate dal decadimento cognitivo che tale malattia prevede.
Musica e le sue “Connessioni emotive” La musica ha la capacità di “mettere in comunicazione” le persone tra di loro, quindi anche di connetterle arricchendone la vita. A seconda del ritmo e delle sonorità che appartengono a brani o a canzoni d’interesse, si può influenzare il loro tono dell’umore calmandole, “sollevandone gli spiriti” da una parte, facendole ridere, sognare, battere il cuore dall’altra. Sottolineo che gli effetti della musica non si possono slegare dal contesto emotivo del soggetto nel momento in cui ascolta o partecipa ad attività musicali. Si potrebbe dire che la combinazione tra caratteristiche intrinseche delle sonorità, dei ritmi, delle armonie che si vanno ad ascoltare o interpretare (quando si è musicisti) e le caratteristiche personalicontestuali-sociali degli individui che vanno incontro a tali esperienze dà la misura della
potenza e dell’efficacia delle qualità terapeutiche della musica in sé e per sé.
Gesti di affetto e vicinanza Stadi più avanzati della malattia di Alzheimer possono influire sulla capacità di interagire con i propri cari attraverso la vicinanza fisica ed emotiva. A tal riguardo, sembra che la musica possa ricreare la possibilità di una vicinanza tra chi soffre di Alzheimer e il proprio coniuge, gli amici, la famiglia, per il carattere affettivo che la connota. Il semplice ascolto di una melodia può far emergere il desiderio di porgere un abbraccio al proprio caro anche se il soggetto può non essere consapevole dell’identità della persona. L’ascolto di un brano noto nel proprio bagaglio culturale può andare a stimolare, in coloro che soffrono di Alzheimer, memorie lontane legate al contatto fisico con i familiari e gli amici, oltre a portare le persone a seguirne il ritmo con il corpo.
Apprendere la musica Linda Maguire, Neuroscienziata e Direttrice generale dei Maguire Brain Sciences Health di Bethesda, nel Maryland, ha pubblicato uno studio nel Journal of the American Geriatrics Society, (Aprile 2015), sui benefici dell’apprendimento del canto. Gli autori hanno scoperto che in coloro che hanno imparato a cantare le classiche e note canzoni dei films, in tre lezioni di musica alla settimana, per quattro mesi, era migliorata la capacità di apprendimento cognitivo, oltre ad essere aumentata la soddisfazione nella loro vita quotidiana, rispetto a soggetti che non avevano appreso le canzoni, ma solo ascoltate.

Filella Nicoletta